Chapter 25. Brand: Identity, Reputation, Trust
Questo capitolo tratta ciò che identifica l’offerta e che, a differenza dell’offerta, non si consuma con l’uso. La difficoltà iniziale è che «marca» designa tre cose diverse, che una definizione sola non tiene insieme (de Chernatony & Dall’Olmo Riley, 1998).
Obiettivi di apprendimento
Al termine di questo capitolo lo studente sarà in grado di:
- distinguere le tre nature della marca — segno, promessa, asset — ed esporre il meccanismo economico che le tiene insieme, compresa la condizione del premio di prezzo;
- distinguere identità, immagine e posizionamento, e impiegare le quattro prospettive dell’identità;
- definire la brand equity nelle due prospettive e spiegare quale è causa dell’altra;
- ricostruire la sequenza del modello CBBE e il vincolo che la rende utile;
- scegliere fra le opzioni di architettura e valutare un’estensione sulla coerenza percepita, stimando il rischio asimmetrico di diluizione;
- enunciare i criteri di un buon nome, la territorialità della tutela e le ragioni per cui le valutazioni monetarie divergono;
- classificare una crisi per origine e argomentare — delimitandola — la tesi della marca come patto sociale.
Concetti chiave
Marca · segno di origine · costo di ricerca · promessa di marca · segnale costoso da imitare · premio di prezzo che assicura la qualità · asset di marca · identità di marca · nucleo e identità estesa · immagine di marca · brand equity · customer-based brand equity · notorietà · associazioni di marca · fedeltà · conoscenza di marca · modello CBBE · salienza · risonanza · architettura di marca · estensione di marca · coerenza percepita · diluizione · naming · segni distintivi · territorialità della tutela · volgarizzazione · redditi differenziali · royalty figurativa · crisi di marca · attribuzione di responsabilità · patto di marca
25.1 Che cosa è una marca: segno, promessa, asset
Questo capitolo tratta ciò che identifica l’offerta e che, a differenza dell’offerta, non si consuma con l’uso. La difficoltà iniziale è che «marca» designa tre cose diverse, che una definizione sola non tiene insieme (de Chernatony & Dall’Olmo Riley, 1998).
25.1.1 Le tre nature
Come segno, la marca è un insieme di elementi — nome, simbolo, forma, colore, suono — che identificano l’origine di un’offerta e la distinguono dalle altre. È la funzione più antica e la sola riconosciuta dagli ordinamenti, e la sua utilità per chi acquista è economica prima che estetica: il segno riduce il costo di ricerca, perché chi ha già valutato una volta ritrova ciò che ha apprezzato senza ripetere il confronto.
Come promessa, la marca comunica che cosa ci si può attendere. Non è un elenco di attributi ma un’aspettativa stabilizzata, e il suo effetto principale è la riduzione del rischio percepito — funzionale, economico, sociale, e nei mercati di organizzazioni personale (→ 11.3, → 14.5). Conta soprattutto dove l’acquirente non può verificare prima (→ 23.2.2).
Come asset, la marca genera flussi di cassa futuri: consente prezzi superiori a parità di prestazione, sostiene volumi e riacquisto, riduce il costo di ingresso in nuove categorie, rende i flussi meno volatili. Rientra fra le market-based assets (→ 4.5.3), attività immateriali che stanno fuori dal bilancio e dentro la testa di chi acquista.
25.1.2 Il meccanismo che tiene insieme le tre nature
Le tre nature non sono definizioni concorrenti: sono momenti di un unico meccanismo. La marca funziona perché rende costoso mentire.
Chi ha investito per anni in un segno riconoscibile e in una promessa mantenuta ha accumulato un capitale che perde per intero se delude: il guadagno di una singola inadempienza è limitato e immediato, la perdita ampia e differita.
Klein e Leffler (1981) ne formalizzano il meccanismo, e la loro condizione va enunciata perché è quella che di solito si omette. La promessa non è credibile perché l’impresa possiede una marca: è credibile perché l’impresa incassa un premio di prezzo continuativo sopra il costo, che genera un flusso di rendite future perdute nel momento in cui deludesse. Il capitale di marca è l’investimento specifico e non recuperabile che rende quel flusso vincolante, ma senza il premio ricorrente non c’è nulla da perdere e il segnale non regge. Ne discende un legame che il capitolo sul prezzo riprende: un prezzo superiore non è soltanto un esito della reputazione, ne è anche la condizione di funzionamento (→ 27.7.2). Wernerfelt (1988) mostra che estendere un nome esistente a un prodotto nuovo è un segnale della stessa specie. Erdem e Swait (1998) portano l’argomento sul piano del comportamento: la marca è credibile quando è insieme affidabile e competente, e la credibilità riduce il costo dell’informazione oltre che il rischio percepito.
Da qui il legame. Il segno rende identificabile chi promette; la promessa vale perché è sostenuta da un capitale che sarebbe costoso perdere; quel capitale è l’asset. Ne discende la conseguenza che il capitolo svolge per intero: il valore di una marca cresce con ciò che si avrebbe da perdere tradendola.
25.2 Identità di marca
25.2.1 Tre nozioni da non confondere
L’errore più frequente nel linguaggio professionale è usare come sinonimi tre termini che designano oggetti su piani diversi, determinati da soggetti diversi. L’identità di marca è ciò che l’organizzazione vuole che la marca significhi: interna, dichiarata, sotto controllo. L’immagine di marca è l’insieme delle associazioni effettivamente presenti nella memoria di chi la conosce: esterna, rilevata, si conosce solo misurandola (→ cap. 8, → 10.4). Il posizionamento di marca è la posizione occupata nella memoria di un mercato in rapporto alle alternative: comparativo, non deciso da nessuno dei due soggetti precedenti, ed è materia del § 18.4.4, che ne è la sede unica. Chi scambia l’identità per il posizionamento crede di aver ottenuto ciò che ha soltanto enunciato.
25.2.2 Le quattro prospettive
Aaker (1996) propone di costruire l’identità guardando la marca da quattro angolazioni, per evitare che si riduca alla prima.
| Angolazione | Che cosa comprende | Proprietà |
| Prodotto | campo d’azione, attributi, usi, utilizzatori, origine (→ 21.8.1) | la più naturale e la più esposta all’obsolescenza: gli attributi si imitano |
| Organizzazione | ciò che l’organizzazione fa e come lo fa | difficile da imitare perché riguarda pratiche, difficile da comunicare perché non si vede |
| Persona | il carattere che la marca esibirebbe se fosse qualcuno | rende possibile una relazione (→ 13.6) e i benefici di espressione di sé (→ 13.5) |
| Simbolo | immagini, metafore, eredità storica | dà coesione alle altre tre e le rende memorabili |
25.2.3 Nucleo, identità estesa, proposta di valore
L’identità si articola su due cerchi. Il nucleo contiene ciò che resta vero se cambiano mercati, prodotti e tempi: poche affermazioni che nessuna circostanza autorizza a contraddire. L’identità estesa contiene il resto — personalità, simboli, riferimenti — che rende il nucleo eseguibile e si adatta senza tradirlo. La partizione ha una ragione operativa: serve un criterio per distinguere ciò che si adatta da ciò che non si tocca, lo stesso con cui si decide fra standardizzazione e adattamento (→ 21.8). L’identità si traduce poi in una proposta di valore e in un giudizio di credibilità verso altre offerte della stessa organizzazione (§ 25.5); il rapporto con la value proposition è al § 18.4.3.
Un’ultima cautela: l’identità è utile solo se è verificabile e rinunciataria. Un’identità che nessun concorrente potrebbe contraddire non seleziona alcuna decisione, ed è il caso più diffuso; il test è quello dell’opposto sostenibile (→ 18.4.1). Le formulazioni alternative — la più nota organizza l’identità come un prisma a sei facce (Kapferer, 2012) — differiscono nel numero delle voci più che nella logica.
25.3 Brand equity: prospettiva finanziaria e prospettiva del consumatore
Questo paragrafo è la sede canonica della brand equity. Gli indicatori con cui la si rileva sono al § 10.4; il suo impiego nella valutazione d’impresa al § 48.4.
La brand equity è il valore aggiuntivo che la marca conferisce a un’offerta rispetto alla stessa offerta priva di marca (Farquhar, 1989). La formulazione nasconde un’ambiguità: valore per chi? Le risposte sono due, e misurano oggetti diversi.
25.3.1 La prospettiva finanziaria
Nella prima prospettiva la marca è un’attività che genera valore incrementale per l’impresa: quale parte del flusso di cassa o del valore di mercato è attribuibile alla marca anziché agli impianti o alla posizione di costo? Serve a chi deve iscrivere un valore in bilancio, negoziare una cessione, allocare risorse fra marche. Simon e Sullivan (1993) la isolano dal valore di mercato sottraendo attività tangibili e altri intangibili; Srivastava, Shervani e Fahey (1998) la collocano fra le attività basate sul mercato (→ 4.5.3, sede del costrutto; il collegamento con il valore d’impresa è al § 48.3). I metodi di stima sono al § 25.8.
25.3.2 La prospettiva del consumatore
Nella seconda prospettiva la brand equity accade nella memoria delle persone. Keller (1993) la definisce come l’effetto differenziale che la conoscenza di marca esercita sulla risposta del consumatore alle azioni di marketing riguardanti quella marca.
Ogni elemento porta un peso. Differenziale: si misura per confronto con la risposta che la stessa azione otterrebbe da un’offerta senza marca. Conoscenza di marca: la notorietà — riconoscimento e richiamo — e l’immagine, cioè le associazioni valutate per forza, favorevolezza e unicità. Risposta alle azioni di marketing: non un’opinione, ma il modo in cui si reagisce a un prezzo, a una comunicazione, a un’estensione, a un errore.
La proposizione che ne deriva è la più importante del paragrafo: la stessa azione produce esiti diversi a seconda di che marca la compie. Lo stesso aumento di prezzo perde meno volume, lo stesso prodotto nuovo entra prima nell’insieme di considerazione (→ 11.4), lo stesso difetto viene perdonato o non lo è. La brand equity non è una qualità della marca: è una differenza di risposta, osservabile solo per confronto, resa possibile dalla struttura associativa della memoria (§ 12.2.2).
25.3.3 Le componenti di Aaker
Aaker (1991) scompone la brand equity in cinque componenti, e la scomposizione resta la più usata perché ciascuna voce indica dove intervenire. La notorietà è la presenza in memoria, dal riconoscimento al richiamo spontaneo: condizione di accesso. Le associazioni sono tutto ciò che il nome attiva, materia dell’immagine. La qualità percepita è un giudizio complessivo di superiorità, definito al § 4.1.3 e applicato al § 23.3.2, con il legame più diretto sul prezzo sostenibile. La fedeltà è l’unica che riguarda comportamenti e non stati mentali. La quinta voce raccoglie gli altri asset proprietari: segni registrati, titoli di privativa, rapporti con il canale (→ 25.7, → 33.3.1).
25.3.4 Come stanno insieme le due prospettive
Le due prospettive non sono in concorrenza, e il dibattito che le ha contrapposte è in buona parte un equivoco (Feldwick, 1996): misurano livelli diversi della stessa catena, e la relazione è di causa. La brand equity del consumatore è la condizione: se la conoscenza di marca non modifica la risposta di nessuno, non esiste flusso incrementale da attualizzare. Quella finanziaria è la conseguenza monetizzata di quella differenza di risposta.
Ne seguono due regole di prudenza. Una stima finanziaria non è un indicatore di gestione: si muove per ragioni — tassi di sconto, crescita attesa, perimetro — che non dipendono da ciò che la marca significa per le persone. E gli indicatori percettivi non sono un valore: localizzano un problema, non lo traducono in denaro (→ 10.4.1). Servono entrambe, tanto più che Barwise (1993) osserva come l’espressione sia stata usata per cose troppo diverse perché valga una definizione unica.
25.4 Il modello CBBE e la piramide della risonanza
25.4.1 Una sequenza, non un elenco
Il modello di customer-based brand equity (Keller, 2001) organizza la costruzione di una marca in quattro passaggi, ciascuno dei quali risponde a una domanda implicita.
Identità — «chi sei?» Il primo costruisce la salienza: ampiezza e profondità della notorietà, cioè quante situazioni richiamano la marca e con quanta facilità (→ 10.4.2). Non è la conoscenza del nome: è il numero di occasioni a cui il nome è collegato.
Significato — «che cosa sei?» Il secondo costruisce due blocchi paralleli, con mezzi e velocità di degrado diversi: la prestazione — caratteristiche, affidabilità, durata, servizio, prezzo — e l’immagine — profili di utilizzatore, situazioni d’uso, personalità, storia.
Risposta — «che cosa penso di te?» Il terzo raccoglie i giudizi e i sentimenti che la marca suscita: i due sono indipendenti, e una marca può essere stimata e non amata.
Risonanza — «che rapporto c’è fra me e te?» L’ultimo blocco descrive l’intensità del legame: riacquisto, attaccamento, appartenenza, disponibilità a impegnare tempo e reputazione propria. Si manifesta in comportamenti, non in dichiarazioni (→ 13.6).
25.4.2 Il vincolo che rende il modello utile
Un modello a sei blocchi sarebbe una lista se non contenesse un vincolo. Il vincolo è: non si salta un livello.
Non c’è risonanza senza risposta: nessuno si lega a una marca su cui non ha formulato un giudizio. Non c’è risposta senza significato: in assenza di associazioni, ciò che si ottiene non è un giudizio favorevole ma nessun giudizio. Non c’è significato senza salienza: una marca che non viene richiamata non ha nulla a cui attaccare le proprie associazioni.
Un problema osservato a un livello si origina quasi sempre al livello precedente. Una marca nota e non considerata non ha un problema di preferenza: le associazioni ci sono ma non sono rilevanti per chi decide. Una marca giudicata bene e poco riacquistata ha un problema di disponibilità, di prezzo o di sforzo richiesto (→ 11.7).
La sequenza descrive l’ordine in cui i collegamenti in memoria si formano (§ 12.2.2). Il modello non dice però quale significato costruire: è una struttura di verifica, non un contenuto, e quale posizione occupare rispetto alle alternative resta materia del § 18.4.4.
25.5 Architettura di marca
L’architettura di marca è l’insieme delle decisioni su quante marche l’organizzazione impiega, in quale rapporto stanno fra loro e quale ruolo ciascuna svolge. Determina dove si accumula il capitale reputazionale e dove si propaga un danno.
25.5.1 Le opzioni
Le configurazioni si dispongono lungo un continuo (Olins, 1989; Aaker & Joachimsthaler, 2000), di cui si isolano quattro posizioni.
Marca unica. Un solo nome copre tutta l’offerta, con descrittori privi di valore autonomo: ogni investimento alimenta un unico serbatoio e i costi di comunicazione per unità sono i più bassi, ma ogni offerta parla per tutte e un difetto si trasmette alle altre categorie.
Marche indipendenti. Ciascuna offerta ha una marca propria e il legame con l’organizzazione non è visibile: consente di presidiare segmenti incompatibili e isola i rischi, ma costa moltissimo, perché ogni marca va costruita da zero.
Marche avallate. Una marca di prodotto porta il segno visibile di una marca di garanzia, dall’avallo forte alla firma discreta: trasferisce credibilità senza confondere le identità e permette di dosare l’esposizione.
Sistemi misti. La configurazione più diffusa oltre una certa dimensione, e non è un’anomalia: le famiglie di offerte hanno storie diverse, e le acquisizioni portano marche già cariche di significato. Il rischio è la stratificazione non governata, in cui nessuno sa più quale marca risponde di che cosa.
25.5.2 I criteri di scelta
Quattro criteri, da applicare insieme. La trasferibilità delle associazioni: quanto di ciò che la marca esistente significa è pertinente alla nuova offerta — dove il nucleo dell’identità lo è, l’architettura estesa risparmia; dove non lo è, il nome disorienta. È anche il criterio che governa quali segmenti la reputazione apra e quali chiuda (→ 17.2.1). Il rischio di contaminazione: quanto danno subirebbero le altre offerte se questa fallisse, da valutare sul caso peggiore. L’efficienza degli investimenti: quante marche l’organizzazione può sostenere, vincolo più stringente di quanto sembri perché una marca non sostenuta si degrada. La chiarezza per chi acquista: quante marche una persona tiene distinte in una categoria.
Un’architettura comprensibile a chi la disegna e opaca a chi compra non svolge la funzione elementare del segno (§ 25.1.1): l’ultimo criterio è l’unico esterno, e prevale quando i quattro sono in conflitto. Non appartengono qui il governo della marca sul canale indiretto (→ 33.3.1) e la marca di chi distribuisce (→ 34.3).
25.6 Estensioni di marca
Un’estensione di marca è l’uso di un nome esistente per entrare in una categoria diversa da quella d’origine; si distingue dall’estensione di linea, che aggiunge varianti dentro la stessa categoria (→ 23.4.2).
25.6.1 Perché si fanno
Due ragioni, entrambe fondate. La leva sulle associazioni: la nuova offerta eredita notorietà, qualità percepita e credibilità, e non deve costruirle. Il costo di ingresso ridotto: serve meno comunicazione, l’accesso al canale è più facile, il rischio percepito da chi prova è più basso. L’estensione è inoltre un segnale (§ 25.1.2): chi la compie mette in gioco il proprio capitale reputazionale, e questo la rende credibile (Wernerfelt, 1988). È la ragione per cui funziona, ed è la stessa per cui è pericolosa.
25.6.2 Il criterio di riuscita: la coerenza percepita
Aaker e Keller (1990) stabiliscono il risultato di riferimento: la valutazione di un’estensione dipende dalla qualità percepita della marca d’origine e dalla coerenza percepita fra le due categorie, e le due variabili interagiscono: una marca molto apprezzata non salva un’estensione incoerente.
Che cosa sia la coerenza è il punto delicato. Non coincide con la vicinanza tecnologica né con l’affinità di settore. Si giudica su tre basi: la complementarità (le due offerte si usano insieme per uno stesso scopo), la sostituibilità (soddisfano lo stesso bisogno in modi alternativi), il trasferimento di competenza (chi sa fare la prima è credibilmente in grado di fare la seconda). Vi si aggiunge la coerenza rispetto al significato della marca: un’estensione tecnicamente lontana può risultare coerente se prolunga ciò che la marca rappresenta (Boush & Loken, 1991). La sintesi dell’evidenza conferma la coerenza percepita come il fattore più robusto (Völckner & Sattler, 2006). Ne segue che la coerenza si rileva, non si deduce: va misurata su chi acquista (→ 17.2.1).
25.6.3 La diluizione e la sua asimmetria
Il rischio dell’estensione è la diluizione: l’indebolimento o la modificazione delle credenze associate alla marca d’origine. Loken e John (1993) mostrano che l’effetto è condizionato: si produce quando l’estensione è incoerente e le informazioni che la riguardano sono rilevanti per gli attributi su cui la marca era forte. John, Loken e Joiner (1998) aggiungono che i prodotti di punta sono i più resistenti al contagio, mentre gli altri elementi del portafoglio lo assorbono più facilmente.
Resta la proprietà che governa la decisione: l’effetto dell’estensione è asimmetrico. Una riuscita aggiunge poco, perché conferma associazioni già presenti; una fallita toglie molto, perché ne introduce di contrastanti e perché l’informazione negativa pesa più di quella positiva (→ 12.1). Il calcolo corretto confronta un guadagno modesto con una perdita improbabile e grave — stesso esito già visto per la proliferazione di gamma (§ 23.4.3).
25.7 Naming, segni distintivi, tutela giuridica
25.7.1 Che cosa rende buono un nome
Un nome di marca deve soddisfare requisiti in tensione fra loro (Robertson, 1989; Kohli & LaBahn, 1997): pronunciabile e memorizzabile nelle lingue dei mercati in cui si opererà; distintivo, cioè non descrittivo, perché un nome che dice che cosa fa il prodotto è comodo all’inizio e poi non distingue e non è appropriabile; estendibile, cioè non vincolato a una categoria che si potrebbe lasciare; disponibile giuridicamente e nei sistemi di indirizzamento digitale; privo di significati indesiderati nelle culture di destinazione, verifica che riguarda anche segni non verbali, colori e numeri (→ 21.8.2).
I segni distintivi non sono solo il nome: colori, forme, suoni, caratteri tipografici, elementi ricorrenti di confezione (→ 23.3.4) funzionano come richiami autonomi, efficaci quando molte persone li attribuiscono a quella marca e non ad altre (Romaniuk, 2018). Si costruiscono con coerenza nel tempo, perché il legame in memoria si forma per ripetizione (→ 12.2.3).
25.7.2 Il principio della tutela e i suoi limiti
Un manuale con prospettiva globale non espone le regole di un ordinamento come se fossero le regole, ma i principi che si ritrovano, con variazioni, nella maggior parte dei sistemi.
La tutela dei segni è territoriale. Un titolo produce effetti nel territorio in cui è concesso e in nessun altro; i meccanismi internazionali semplificano il deposito in più territori senza creare un titolo unico. Ne segue la regola pratica: un nome disponibile in un mercato può non esserlo altrove, e la verifica va condotta prima di investire nel nome.
I requisiti di registrabilità variano. Quasi ovunque si richiede che il segno sia distintivo e non meramente descrittivo, ma soglia, esclusioni e trattamento dei segni che hanno acquisito distintività con l’uso differiscono sensibilmente, come differiscono il criterio con cui si stabilisce chi ha il diritto — deposito anteriore o uso anteriore — e la portata della protezione, di norma limitata a determinate classi.
Il diritto va mantenuto e fatto valere. Molti sistemi lo subordinano a un uso effettivo, e in tutti la protezione vale quanto la capacità di sostenere il costo di attivarla — compresa quella contro la contraffazione (§ 25.9.1). Vi si aggiunge un rischio proprio delle marche di maggior successo: la volgarizzazione, cioè la trasformazione del nome nel termine comune della categoria, che può comportare la perdita del titolo.
La tutela dei segni è dunque un meccanismo di isolamento con scadenza e con costo (→ 19.5), e non sostituisce ciò che rende la marca preziosa: le associazioni in memoria, che nessun titolo protegge. Il quadro comparato delle regolazioni è al § 6.6, le implicazioni sulla modalità d’ingresso al § 21.7.
25.8 Valutazione economica della marca
Valutare una marca significa attribuirle un valore monetario per scopi diversi — cessione, licenza, contenzioso, rendicontazione, allocazione interna. Lo scopo condiziona il metodo: una stima prodotta per un fine non è utilizzabile per un altro (Salinas & Ambler, 2009).
25.8.1 Le quattro famiglie di metodi
I metodi basati sul costo stimano il valore come somma di ciò che è stato speso per costruire la marca, o di ciò che si spenderebbe per ricostruirla; e i metodi basati sul mercato lo deducono da transazioni comparabili. Sono i più semplici e i meno informativi: il costo sostenuto non dice nulla sul risultato, e le marche sono uniche, le transazioni rare, i corrispettivi raramente scomponibili.
I metodi basati sui redditi differenziali isolano il flusso attribuibile alla marca e lo attualizzano; il differenziale può essere di prezzo — quanto in più si ottiene a parità di prestazione (→ cap. 8) — di volume o di margine. È la famiglia più solida, perché misura ciò che la marca produce, e la più esposta a discrezionalità nella scelta dell’offerta di confronto.
La royalty figurativa stima quanto l’organizzazione dovrebbe pagare per usare in licenza la propria marca, applicando un tasso ai ricavi attesi. È molto usata perché si appoggia a tassi osservabili in contratti reali; il tasso è però scelto per analogia, e quella scelta sposta la stima più di ogni altro parametro.
25.8.2 Perché stime diverse divergono
Che due valutazioni della stessa marca differiscano di multipli non è un’anomalia: è la conseguenza di quattro discrezionalità che nessun metodo elimina. Il perimetro: si include il solo segno, o anche relazioni di canale, dati sui clienti, competenze? Il controfattuale: rispetto a quale offerta priva di marca si misura il differenziale, dato che quell’offerta non esiste. La separazione dalle altre cause: un prezzo superiore può derivare dalla marca, da una prestazione migliore o da una posizione distributiva. Le ipotesi finanziarie: orizzonte, crescita, tasso di sconto, che agiscono moltiplicativamente su una base già incerta.
Ne segue la regola d’uso: una valutazione di marca è un intervallo condizionato a ipotesi dichiarate, non un numero. Le graduatorie diffuse pubblicamente vanno lette con questa avvertenza, perché applicano metodologie non ispezionabili a perimetri che non dichiarano (→ 48.4).
25.9 Crisi di marca e gestione della reputazione
Una crisi di marca è un evento che mette in discussione pubblicamente la promessa: non coincide con un problema tecnico né con un calo di risultati, e diventa crisi quando la promessa è chiamata in causa davanti a un pubblico più ampio di quello dei clienti.
25.9.1 Tre origini
Le crisi si classificano per origine, perché l’origine determina chi ha titolo a rispondere e con quali argomenti.
Le crisi di prodotto nascono da un difetto che espone chi usa a un danno: sono le più visibili e le più gestibili, perché esistono un fatto accertabile e un rimedio definibile. Le crisi di condotta nascono da come l’organizzazione si è comportata — condizioni di lavoro lungo la filiera, trattamento dei dati, dichiarazioni ambientali non sostenute dai fatti (→ 42.6) — e sono più dannose, perché non riguardano ciò che ha prodotto ma ciò che è. Le crisi da terzi nascono fuori dall’organizzazione: un’affermazione falsa che circola, l’atto di un intermediario, la contraffazione (§ 25.7.2), l’appartenenza a una categoria screditata; variante contemporanea è l’attribuzione alla marca, da parte di un sistema generativo, di fatti che non le appartengono (→ 32.5).
25.9.2 La variabile che decide l’esito
L’esito non dipende dalla gravità del fatto, ma dall’attribuzione di responsabilità che il pubblico compie. La teoria situazionale della comunicazione di crisi (Coombs, 2007) ordina le situazioni secondo la responsabilità attribuita — dalla vittima, all’incidente, alla colpa — e mostra che la risposta appropriata dipende da quella collocazione e non dall’entità del danno; i comportamenti passati spostano l’attribuzione verso l’alto.
Dawar e Pillutla (2000) spiegano perché la stessa crisi produce effetti opposti su marche diverse: l’impatto è mediato dalle aspettative preesistenti, e chi ne aveva di elevate interpreta una risposta ambigua a favore della marca. Klein e Dawar (2004) mostrano che una reputazione di condotta responsabile riduce l’attribuzione di colpa; Ahluwalia, Burnkrant e Unnava (2000) documentano che i clienti più impegnati resistono attivamente all’informazione negativa.
Da qui la proprietà che chiude il paragrafo: una marca forte è insieme più protetta e più esposta. Più protetta, perché aspettative consolidate e impegno dei clienti assorbono l’urto; più esposta, perché è più visibile, perché la distanza fra promessa e accaduto è maggiore, e perché il capitale che rendeva costoso mentire (§ 25.1.2) è ciò che la crisi mette a rischio.
25.9.3 Principi di gestione
Tre principi. La tempestività: nel vuoto informativo la spiegazione la fornisce qualcun altro, e la prima versione consolidata è quella che resta in memoria. La coerenza con la promessa: la risposta va costruita sulla stessa base su cui la marca chiedeva di essere scelta, e chi si è presentato come attento alle persone e risponde con un argomento procedurale conferma l’accusa mentre crede di respingerla. Il rimedio verificabile: gli impegni generici non modificano l’attribuzione di responsabilità; la modifica un fatto osservabile — sostituzione, indennizzo, processo documentato, verifica di terzi — perché è la sola cosa che non si può affermare senza farla. Le tecniche di comunicazione sono al § 29.3, la rettifica nei sistemi generativi ai §§ 32.6.1 e 39.7.2.
25.10 La marca come patto sociale
Questo paragrafo espone una posizione: prima la tesi con i suoi argomenti, poi l’evidenza che la limita, infine la formulazione che regge a entrambe.
Un confine, prima. Che cosa la reputazione consenta e precluda in termini di accesso a nuovi segmenti è materia dei §§ 25.5.2 e 25.6.2; qui si discute la natura del rapporto, non la sua estensione.
25.10.1 La tesi e i suoi argomenti
La tesi è questa: la marca non è soltanto un asset, è un patto sociale e morale fondato su coerenza, memoria e fiducia. La formulazione è deliberatamente più stretta di quella corrente, che vi aggiunge una seconda clausola: la reputazione come «valuta» dell’economia contemporanea. Quella clausola è una metafora e non un enunciato — non dice quale grandezza si conserverebbe negli scambi, non è misurabile, non è falsificabile — e il capitolo non la assume: ciò che di vero contiene è già nel meccanismo del § 25.1.2, dove la posta reputazionale è definita in termini economici espliciti. Tre argomenti sostengono la tesi così ristretta.
Il primo è che la promessa è per sua natura bilaterale. Chi la riceve non registra un’informazione: assume un impegno reciproco, di preferenza, di raccomandazione, talvolta di identificazione. Il § 13.6 ha mostrato che alle marche si applicano le norme delle relazioni umane, e che chi ha coltivato aspettative di tipo comunitario e poi si comporta secondo la norma dello scambio non provoca una revisione della preferenza ma una reazione morale, sproporzionata al danno economico. Il senso di violazione è la prova che qualcosa di più di una transazione era in gioco.
Il secondo è che la memoria collettiva è diventata persistente e ricercabile. Un’inadempienza non si esaurisce con il ciclo di attenzione che la accompagna: resta accessibile, e viene riassunta da sistemi che descrivono la marca a chi non ha mai cercato quell’episodio, e la lacuna che essi riempiono da sé è un rischio a sé (→ 32.5.1). Il che rafforza il meccanismo del § 25.1.2: se la memoria non decade, la posta in gioco cresce.
Il terzo è che la marca è l’unico luogo in cui un’organizzazione è tenuta a rispondere di ciò che dice. Un bilancio risponde di ciò che è accaduto, un contratto di ciò che è stato pattuito; la marca risponde di ciò che è stato promesso a chi non ha firmato nulla: responsabilità priva di titolo giuridico e non priva di conseguenze.
25.10.2 I limiti
Presa come descrizione universale, la tesi è falsa. Due ordini di evidenza la delimitano.
Il primo riguarda le categorie a basso coinvolgimento, ed è lo stesso limite già opposto alla tesi del § 23.9: vi si rimanda (§ 23.9.2, → 11.3, → 17.6). Qui cambia la conseguenza: dove l’acquisto è abitudinario, la marca opera come dispositivo di riconoscimento e di riduzione del rischio — le prime due nature del § 25.1 — non come relazione morale. Chiamare patto ciò che è un’euristica di identificazione significa attribuire a chi compra un’intenzione che non ha.
Il secondo riguarda la penalizzazione delle violazioni, ed è il più scomodo perché colpisce l’argomento centrale. La rassegna della ricerca sulle crisi di prodotto (Cleeren, Dekimpe & van Heerde, 2017) riporta effetti fortemente eterogenei fra casi, categorie e marche, e un ritorno ai livelli precedenti spesso rapido; vi si aggiunge lo scarto fra ciò che le persone dichiarano di sanzionare e ciò che poi acquistano (→ 42.5). Se il patto fosse la struttura ordinaria della relazione, la punizione sarebbe più regolare e duratura. È inoltre possibile che la reazione morale riguardi una minoranza attiva, la cui voce si distingue male dal comportamento della maggioranza silenziosa (→ 13.7).
Va infine registrato un rischio d’uso: chi si descrive come parte di un patto si attribuisce una posizione morale che nessuno gli ha riconosciuto, e la formula può funzionare come argomento di vendita.
25.10.3 La posizione difendibile
Che cosa resta della tesi? Il patto è una configurazione possibile della relazione di marca, non la sua natura universale. Alcune marche funzionano così, molte no, e la stessa marca può funzionare così per una parte del proprio pubblico e non per il resto.
Da ciò discende un modo di procedere. Un patto non si dichiara: si riconosce da tre condizioni osservabili, che vanno verificate una per una. La coerenza verificabile: una promessa enunciata in termini che consentono di stabilire se è stata mantenuta, e comportamenti che la confermano nel tempo (§ 25.9.3, → 18.5.1). La memoria pubblica: ciò che l’organizzazione fa resta registrato in un luogo accessibile a chi non era presente (→ 32.6.2). L’uso identitario da parte di una comunità: persone che impiegano la marca per dire qualcosa di sé e si riconoscono fra loro nel farlo (→ 13.5, → 13.6). Nessuna si accerta interrogando l’organizzazione; tutte si accertano guardando ciò che accade fuori di essa, ed è il motivo per cui la lista è un criterio e non un manifesto.
Due delimitazioni finali. Dove le condizioni non ricorrono, gestire una marca come un patto non è nobile ma dispendioso: sovrainveste in ciò che non produce preferenza. Dove ricorrono, il patto non è un vantaggio ma un vincolo: chi ha ottenuto una relazione di quel tipo ha meno gradi di libertà, non di più, perché ogni decisione successiva è giudicata rispetto a un impegno che nessuno ha firmato (→ 45.1).
Sintesi del capitolo
La marca è insieme un segno che identifica l’origine e riduce il costo di ricerca, una promessa che riduce il rischio percepito, e un’attività che genera flussi di cassa futuri. Le tre nature stanno insieme per un unico meccanismo: la marca funziona perché rende costoso mentire — a condizione che esista un premio di prezzo ricorrente che la delusione farebbe perdere.
L’identità di marca è ciò che l’organizzazione vuole che la marca significhi: interna e dichiarata, va tenuta distinta dall’immagine, esterna e rilevata, e dal posizionamento, comparativo e non deciso dall’impresa. Si costruisce guardando la marca come prodotto, organizzazione, persona e simbolo, e separando un nucleo intoccabile da un’identità estesa adattabile.
La brand equity è il valore aggiuntivo conferito dalla marca. La prospettiva finanziaria ne stima il valore incrementale per l’impresa; quella del consumatore la definisce come l’effetto differenziale che la conoscenza di marca esercita sulla risposta alle azioni di marketing. Le due misurano livelli diversi della stessa catena, e la seconda è causa della prima. Il modello CBBE ordina la costruzione in quattro passaggi — identità, significato, risposta, risonanza — e non consente di saltare un livello.
L’architettura di marca decide dove si accumula il capitale e dove si propaga un danno. Le estensioni riescono in funzione della coerenza percepita, e il loro effetto è asimmetrico: una riuscita aggiunge poco, una fallita toglie molto. La tutela dei segni è territoriale e costosa da far valere; le valutazioni monetarie divergono per discrezionalità non eliminabili. Nelle crisi decide l’attribuzione di responsabilità più della gravità del fatto, e la marca forte è insieme più protetta e più esposta. Il capitolo chiude sulla tesi della marca come patto: una configurazione possibile, di cui conta stabilire le tre condizioni osservabili di realizzazione.
Domande di verifica
Di richiamo
- Esponi le tre nature della marca e il meccanismo economico che le tiene insieme. Che cosa accade se si toglie uno dei tre anelli?
- Distingui identità, immagine e posizionamento di marca indicando, per ciascuno, chi lo determina e come lo si conosce.
- Enuncia la definizione di brand equity nella prospettiva del consumatore e spiega il peso di ciascun elemento. Che rapporto ha con la prospettiva finanziaria?
- Elenca i quattro passaggi del modello CBBE con i blocchi corrispondenti, e spiega il vincolo di non saltare un livello.
Di applicazione
- Un’organizzazione rileva notorietà elevata e considerazione bassa, e reagisce aumentando l’investimento in notorietà. Diagnostica l’errore con il § 25.4.2 e indica due rilevazioni che collocherebbero il problema.
- Un’organizzazione con una marca apprezzata vuole entrare in una categoria tecnicamente lontana. Costruisci la sequenza di verifiche sulla coerenza percepita e indica quale esito consiglierebbe una marca nuova anziché un’estensione.
- Una marca subisce due eventi critici: nel primo un difetto di prodotto è attribuito a un fornitore, nel secondo emerge una dichiarazione ambientale non sostenuta dai fatti. Spiega perché l’esito è probabilmente diverso, usando attribuzione di responsabilità e aspettative, e indica per ciascun caso quale rimedio verificabile sarebbe pertinente.
- Applica a una marca che conosci le tre condizioni del § 25.10.3 — coerenza verificabile, memoria pubblica, uso identitario di una comunità — indicando per ciascuna quale osservazione la accerterebbe e quale la escluderebbe. Se non ricorrono, spiega perché gestire quella marca come un patto sarebbe dispendioso; se ricorrono, indica quale grado di libertà l’organizzazione ha perso.
Attività generative
A. L’audit dell’identità dichiarata — esercizio di formulazione, in coppia, novanta minuti, senza sistemi generativi. Scegliete una categoria che entrambi conoscete come acquirenti e ricostruite a memoria, senza consultare nulla, l’identità di tre marche concorrenti secondo le quattro prospettive del § 25.2.2. Confrontate le due ricostruzioni: ciò su cui divergete è immagine mal formata, ciò su cui convergete è ciò che ha attecchito. Concludete separando, per una delle tre, nucleo e identità estesa, e verificate ogni affermazione del nucleo con il test dell’opposto sostenibile (→ 18.4.1).
B. L’immagine che nessuno ha deciso — progetto di gruppo, gruppi di quattro, due settimane con rilevazione sul campo. Il gruppo sceglie una categoria e tre marche concorrenti e costruisce una rilevazione elementare dell’immagine: dieci-quindici persone raggiungibili, protocollo identico per tutti, associazioni raccolte a domanda aperta prima che a domanda chiusa. Prima settimana: si progetta lo strumento e si dichiarano per iscritto le ipotesi. Seconda: si rileva e si codifica. La consegna è in tre parti — la mappa delle associazioni per forza, favorevolezza e unicità (§ 25.3.2); la diagnosi del punto in cui il modello CBBE si interrompe (§ 25.4.2), con le ipotesi alternative ordinate dalla più economica alla più costosa da verificare; una nota di metodo su chi è stato interrogato, chi è rimasto fuori e in che direzione questo distorce l’esito (→ 8.4). La nota di metodo pesa nella valutazione quanto i risultati.
C. La marca ricostruita da terzi — confronto critico con un sistema generativo, individuale, sessanta minuti. Scegli una marca che conosci bene come cliente e chiedi a un sistema generativo di descriverla: che cosa promette, che cosa la distingue, quali episodi critici la riguardano; non fornirgli informazioni. Analizza la risposta con il § 25.3.2: quali associazioni compaiono, quali sono forti, favorevoli e uniche, quali generiche di categoria. Ripeti in una seconda lingua e registra le differenze. Concludi indicando quale parte della descrizione l’organizzazione controlla e quale è stata prodotta da altri, e che cosa questo implica per la memoria pubblica del § 25.10.3.
Rimandi
Approfondiscono concetti qui introdotti: valore e qualità percepita → 4.1, 4.1.3 · market-based assets → 4.5.3 · confronto fra ordinamenti → 6.6 · ricerca → cap. 8 · indicatori di marca → 10.4 · coinvolgimento → 11.3 · insiemi di considerazione → 11.4 · sforzo del cliente → 11.7 · asimmetria del negativo → 12.1 · reti associative → 12.2.2 · ripetizione → 12.2.3 · sé esteso → 13.5 · relazioni con le marche → 13.6 · passaparola → 13.7 · promessa verificabile → 14.5 · reputazione e accesso ai segmenti → 17.2.1 · basso coinvolgimento → 17.6 · Differentiation Cycle → 18.4 · opposto sostenibile → 18.4.1 · value proposition → 18.4.3 · posizionamento di marca → 18.4.4 · linguaggio dei claim → 18.5.1 · meccanismi di isolamento → 19.5 · modalità d’ingresso → 21.7 · standardizzazione → 21.8 · country-of-origin equity → 21.8.1 · transcreazione → 21.8.2 · attributi di esperienza e fiducia → 23.2.2 · qualità percepita → 23.3.2 · confezione come segno → 23.3.4 · proliferazione di gamma → 23.4.3 · premium come esito → 27.7.2 · comunicazione integrata → cap. 28 · gestione della crisi → 29.3 · Synthetic Visibility → 32.3 · identità semantica → 32.4 · rischi generativi → 32.5 · marca sul canale → 33.3.1 · marca commerciale → 34.3 · rettifica dell’output errato → 39.7.2 · greenwashing → 42.6 · stakeholder theory → 45.1 · employer branding → 46.6 · valutazione d’impresa → 48.3, 48.4.
Presuppone: capp. 4, 12, 13, 18, 23; e il cap. 10 per la misura.
Letture di approfondimento
- Keller, K. L. (1993). Conceptualizing, measuring, and managing customer-based brand equity. Journal of Marketing, 57(1), 1–22. — L’articolo che definisce la brand equity come effetto differenziale.
- Aaker, D. A. (1991). Managing brand equity: Capitalizing on the value of a brand name. Free Press. — e Aaker, D. A. (1996). Building strong brands. Free Press. — Le componenti che organizzano la diagnosi di una marca, e le quattro prospettive dell’identità.
- Klein, B., & Leffler, K. B. (1981). The role of market forces in assuring contractual performance. Journal of Political Economy, 89(4), 615–641. — Wernerfelt, B. (1988). Umbrella branding as a signal of new product quality: An example of signalling by posting a bond. The RAND Journal of Economics, 19(3), 458–466. — e Erdem, T., & Swait, J. (1998). Brand equity as a signaling phenomenon. Journal of Consumer Psychology, 7(2), 131–157. — I tre pilastri del segnale costoso; nel primo si legga il ruolo del premio di prezzo.
- Aaker, D. A., & Keller, K. L. (1990). Consumer evaluations of brand extensions. Journal of Marketing, 54(1), 27–41. — Il risultato di riferimento sulla coerenza percepita.
- Coombs, W. T. (2007). Protecting organization reputations during a crisis: The development and application of situational crisis communication theory. Corporate Reputation Review, 10(3), 163–176. — Perché conta l’attribuzione di responsabilità più della gravità del fatto.
- Cleeren, K., Dekimpe, M. G., & van Heerde, H. J. (2017). Marketing research on product-harm crises: A review, managerial implications, and an agenda for future research. Journal of the Academy of Marketing Science, 45(5), 593–615. — L’evidenza su cui poggia il limite della tesi del § 25.10.
- Salinas, G., & Ambler, T. (2009). A taxonomy of brand valuation practice: Methodologies and purposes. Journal of Brand Management, 17(1), 39–61. — La mappa dei metodi di valutazione e perché le stime divergono.